Il povero Cristo s’è alzato alle sette del mattino.
Un caffè preso dando un’occhiata alle notizie del tigì alla tivù, poi barba, doccia e via. In auto fino al lavoro.
Appena una decina di Km d’autostrada, abitando alle porte di Palermo, che grazie ai continui lavori di manutenzione permanente della bretella autostradale tra la città e l’aeroporto, costringono lui (il povero Cristo) ad almeno un’oretta di fila tra smog, furbi ed imprevisti d’ogni tipo. Ogni mattina.
Già poco prima dell’imbocco in autostrada, accorgendoti che la fila è più lunga del solito, cominci a capire che mai e poi mai riuscirai a giungere entro decente ritardo al lavoro.
Decidi di evitare l’autostrada e t’indirizzi verso la “statale”.
Come te fanno anche tanti altri poveri Cristi ed anche la “statale”, subito dopo, è ridotta ad un informe ammasso d’auto i cui nervosi e stressati occupanti si scambiano tra loro occhiate ora di reciproca commiserazione ora d’insofferenza.
Sebbene lentamente, molto lentamente, sulla “statale”, contrariamente all’autostrada dove sembra giacere immobile, la fila d’auto è in movimento e lo resterà fino ad arrivare al primo passaggio a livello.
Già, in pieno terzo millennio, nella nostra bella ma stramaledetta terra, esistono ancora i passaggi a livello. Nelle Strade Statali così come in piena città (vedi San Lorenzo Colli).
Negli anni passati, man mano che il “futuro” e la “tecnologia” applicati all’urbanistica ed alla viabilità lo consentivano, ne son stati eliminati parecchi. Qualcuno invece ha resistito strenuamente e tenacemente onde poter continuare ad intrappolare i cittadini per interminabili e preziosissimi minuti (quando ti va bene) a godersi (quasi come un’opera d’arte) un’installazione permanente d’archeologia della viabilità, che detti passaggi a livello rappresentano a pieno titolo.
Sono un vero e proprio museo a cielo aperto. Un’installazione dalla scarsa valenza artistica che però, riportandoti indietro negli anni, funge da macchina del tempo e ti catapulta al periodo in cui avevi appena una decina d’anni e ti divertivi a veder passare la locomotiva nera a vapore dietro le sbarre rosse e bianche dei passaggi a livello sparsi qua e la in tutta la città. Quello del corso Olivuzza lo ricordo in particolare. Per una decina di minuti il tuo pensiero è dunque distratto dai ricordi d’infanzia. Poi, guardando l’orologio, t’accorgi che è tardi e che al lavoro ti staranno già dando del disperso.
Torni dunque presente a te stesso e non riesci proprio a capire perché stai fermo, con tutti gli altri, da quasi un quarto d’ora senza che alcun treno abbia fatto capolino tra le rotaie.
Accendi la radio, prendi una sigaretta e cerchi di contenere il nervosismo che, dalle gambe, ferme ed immobili sui pedali dell’auto, comincia pian piano a salire fino allo stomaco dove il caffè, preso a digiuno, aspetta ancora paziente, la brioche o il cornetto che ti aspetta al bar dell’ufficio. Hai quasi terminato la tua sigaretta quando finalmente il fischio del treno, ormai in prossimità del passaggio a livello, ti rincuora sembrandoti più dolce della stessa musica che proviene dall’autoradio.
< E’ passato, finalmente ci muoveremo da qua – pensi, tu e tutti gli altri ancora in fila come te – >.
Contrariamente alle comuni aspettative ed in sfregio al più elementare buon senso, le sbarre continuano a restare inspiegabilmente chiuse.
Ti guardi attorno leggendo negli altrui sguardi la tua stessa perplessità.
Qualcuno scende anche giù dall’auto e comincia ad imprecare contro Santi, angeli e Madonne. Non hanno tutti i torti anche se tu preferisci resistere. Tre volte.
Resistere alla voglia di fare dietro front e tornartene a casa a dormire, mandando a quel paese il lavoro.
Resistere alla voglia di andare dal casellante o capo stazione che sia e dargli un pugno sul muso.
Resistere alla voglia di mandare a zappare, una volta per tutte, qualunque pubblico amministratore, assessore, architetto ed ingegnere.
Resisti dunque e spegni il motore che, in quel quarto d’ora, ha già bruciato una decina d’euro di benzina senza che l’auto fosse avanzata d’un solo millimetro. Un nuovo fischio, proveniente stavolta dal lato opposto, annuncia il passaggio d’un altro treno. Dopo mezz’ora di sosta forzata ed inconcepibile, finalmente le sbarre si alzano e la lunga, enormemente lunga, fila di veicoli riprende il proprio moto.
Un moto lento ed irregolare, tra slalom per evitare le auto in doppia e terza fila (ma i vigili dove sono? – ti chiedi – ) ed i furbi che tagliano la strada e s’infilano dove non dovrebbero ne potrebbero.
Quando sembra ormai che nulla possa più ulteriormente frapporsi tra te e la meta, ti ritrovi nuovamente ed improvvisamente fermo a tre o quattrocento metri da Sferracavallo.
< E adesso? Cosa c’è ancora? >
< Un incidente – ti dice un tizio a fianco a te che viaggia in senso opposto e che si è appena liberato dall’ingorgo dove tu invece stai appena entrando – >.
Roba da non crederci. Sono già quasi le nove e da un’ora sei in auto per fare appena una decina di km in totale. Tutto sembra immobile, come in una fotografia: le auto in autostrada, poco più sopra, e quella nella “statale” dove stai anche tu.
Si spengono i motori, si socializza tra automobilisti e si aspetta. Si aspetta ancora per una buona mezz’ora quando, rimosse le autovetture incidentate, finalmente si riparte.
Sono ormai quasi le dieci.
Ma è il momento in cui "freghi" tutti: passi sotto al ponticello stretto e, dopo due o trecento metri di stradella stretta ma poco frequentata dalle auto, finalmente ti si apre dinnanzi una strada degna di questo nome. Larga, anche troppo, in cui il traffico è finalmente quasi nullo. Acceleri un pochino finalmente, anche perché stai quasi arrivando.
Sei tanto “felice” che non t’accorgi neppure che un piccolo gruppo d’avvoltoi t’ha appena individuato come bersaglio, volteggiando tetramente sopra il tuo spirito miserabile.
< Avvoltoi a Palermo? –direte–>
Si, anche a Palermo abbiamo gli avvoltoi.
Con una stramaledetta paletta rossa ti fanno cenno d’accostare.
Automaticamente la tua mente passa velocemente in rassegna tutta l’odissea che hai appena finito d’affrontare in cui la presenza d’un solo vigile urbano (che dovrebbero essere stati concepiti per aiutare i cittadini a meglio divincolarsi tra le strade) non l’hai registrata, ed adesso te ne trovi davanti ben cinque (a sbarrarti la strada -paradossale da certi punti vista-) sottrarti tempo ulteriore e magari darti anche una bella multa da 150 euro.
No, ti rendi conto che non puoi cedere. Non puoi lasciare che il desiderio di accelerare ed andartene, arrivando in ufficio con al seguito due auto della polizia municipale a sirene spiegate che t’inseguono, ti complichi ulteriormente la giornata, ne pensi sia il caso di farti arrestare dicendo loro tutto ciò che pensi, ed allora ti fermi, fornisci patente e libretto e ... stai zitto.
Ritiri la tua bella foto da autovelox con tanto di multa e te ne vai chiedendoti perché mai questo cazzo di Paese deve funzionare per forza così.