photo: © Rino Porrovecchio 2007
“Mostri” che coll’accetta fanno a pezzi il corpo di vicini un po’ troppo chiassosi (ad Erba, nel comasco) o che, con un coltello, squarciano la gola ad un coetaneo (appena sedicenne) al culmine d’una lite banale (a Napoli), che si sparano tra loro per le strade della città (ancora a Napoli) o che stuprano e violentano in branco una ragazzina (a Palermo) o pestano un diversabile; violenti capaci di massacrare a pietrate un coetaneo solo perché riesce meglio ad agganciare le ragazze (il povero Fabio Ravanusa a Carini) o di uccidere a calci e pugni un padre di famiglia soltanto perché, nell’uscire dal parcheggio, ha urtato l’auto di Pincopalla (alla stazione centrale di Palermo).
Mostri, violenti, che c’indignano e che, nel migliore dei casi, vorremmo vedere sbattuti in galera per sempre. Mostri e violenti contro i quali scagliarsi ed infierire senza alcuna pietà. Soggetti sui quali scaricare rabbie e tensioni quotidiane, la cui “lapidazione” mediatica ha effetto catartico.
E come se, addossate loro tutte le più turpi e meschine umane debolezze, scacciassimo da noi ogni male. Ma bene e male sono dentro ciascuno di noi e nessun processo mediatico-catartico potrà mai impedire che domani qualcun altro imbocchi la mostruosa strada, rendendosi protagonista di più orribili azioni. Non si possono cercare attenuanti per episodi spropositatamente crudeli ma interrogarsi sul perché di una ferocia disumana che sembra straripare oltre ogni alveo d’eccezionalità è invece possibile, necessario e doveroso.
Per farlo bisogna interrogarsi su cosa, intanto, è violenza.
Perché la violenza genera sempre altra violenza, in un vortice che finisce per oscurare la nostra “ratio” spingendoci alla disperazione ed all’odio. Sono molti oggi gli episodi che ci vedono protagonisti, ora come vittime ora come carnefici, di violenza.
Subiamo violenza dallo Stato che ci tartassa di imposte, multe ed ammende e che poi non è in grado di renderci servizi quanto meno decenti (vedi le recenti inchieste sulle pessime condizioni della Sanità, della Giustizia, del mondo del lavoro, etc.) od un lavoro (che persino la stessa Costituzione sembrerebbe garantirci) o che non riesce a contrastare adeguatamente mafie e camorre che soffocano la vita economica e sociale; uno Stato i cui rappresentanti vengono strapagati solo per annoiarci con gli stessi vuoti, sterili ed inutili discorsi; subiamo violenza nel posto di lavoro (mobbing, precarizzazione del proprio impiego, stipendi al limite della sopravvivenza e via dicendo); subiamo violenza guidando l’auto, quando stiamo in fila allo sportello in banca od alle poste e c’è sempre l’amico degli amici a scavalcarci; quando restiamo impotenti dinnanzi ad un abuso od una prepotenza.
Purtroppo la nostra è sempre più una società in cui la violenza, in senso lato, la fa da padrona.
Al cinema ed alla TV, nei videogiochi, sui giornali e nel web, per la strada, in ufficio, nella vita pubblica e politica, sebbene su diverse gradazioni e tonalità, la violenza fa parte del nostro mondo. Ci incuriosisce (altrimenti non s’innalzerebbero gli indici d’ascolto come di fatto avviene persino dinnanzi ad una semplice lite animata alla tivù) e, a volte, procura anche piacere.
Bello o brutto che sia … fa parte della nostra natura. Soltanto una profonda e generale azione culturale potrebbe educarci diversamente.
Sciocco ed insensato, banale, oltre che inutile, stare dunque a pesare i singoli episodi di violenza e mostruosità perché ognuno di questi episodi ha dentro ciascuno di noi un effetto che varia (a volte anche in modo notevole) da soggetto e soggetto. Ogni gesto di violenza subito sortisce un effetto diverso in ciascuno di noi e tante più sono le violenze subite tanto più grande è l’odio che accumuliamo dentro. La maggior parte di noi riesce a smaltire questa rabbia accumulata in modi socialmente indicati come accettabili, altri invece lo reprimono dentro e, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, le ulteriori violenze subite ne alimentano la consistenza.
Se osservato da questo punto di vista, soltanto un’azione culturale generale potrebbe sortire degli effetti positivi sul fenomeno ma quali forze è possibile schierare in campo per tale azione culturale ed educativa? Le famiglie? Certo, qualora le nostre famiglie fossero tutte come quelle dipinte dalla pubblicità alla tivù. La scuola? Certo, se gli insegnanti non avessero i problemi che hanno e svolgessero ancora quella funzione educativa, al di la del nozionismo, che una volta caratterizzava il loro impegno. La televisone? Si, anche la tivù potrebbe se non andasse dietro agli indici d’ascolto che premiano chi partorisce imbecillità d’ogni tipo! Le parrocchie e le comunità religiose? Anche loro potrebbero se solo si preoccupassero di diffondere davvero il messaggio evangelico perfettamente riassunto da Sant’Agostino nella frase “Ama e fa ciò che vuoi” invece che blaterare a sproposito sui Pacs e su tutte le scelte della vita politica e civile del nostro Paese. Beh, del resto cosa puoi aspettarti da chi si crede d’essere l’erede di Cristo in terra amministrando un business che prescinde dai tanti poveri nostrani e nel resto del mondo? Cosa ci si può aspettare quando a muovere ogni cosa, la vita politica così come quella civile, il mondo del lavoro così come quello pseudo-culturale ed informativo è solo il danaro? Aveva proprio ragione chi diceva “O Dio o mammona”, tant'è che lo hanno crocifisso!